lunedì 6 aprile 2009

SETTIMANA SANTA a (San Carlo)


  
              LA DOMENICA DELLE PALME


Con la Domenica delle Palme o più propriamente Domenica della Passione del Signore, inizia la solenne annuale celebrazione della Settimana Santa, nella quale vengono ricordati e celebrati gli ultimi giorni della vita terrena di Gesù, con i tormenti interiori, le sofferenze fisiche, i processi ingiusti, la salita al Calvario, la crocifissione, morte e sepoltura e infine la sua Risurrezione.
La Domenica delle Palme giunge quasi a conclusione del lungo periodo quaresimale, iniziato con il Mercoledì delle Ceneri e che per cinque liturgie domenicali, ha preparato la comunità dei cristiani, nella riflessione e penitenza, agli eventi drammatici della Settimana Santa, con la speranza e certezza della successiva Risurrezione di Cristo, vincitore della morte e del peccato, Salvatore del mondo e di ogni singola anima.
I discepoli fecero quanto richiesto e condotti i due animali, la mattina dopo li coprirono con dei mantelli e Gesù vi si pose a sedere avviandosi a Gerusalemme.
Qui la folla numerosissima, radunata dalle voci dell’arrivo del Messia, stese a terra i mantelli, mentre altri tagliavano rami dagli alberi di ulivo e di palma, abbondanti nella regione, e agitandoli festosamente rendevano onore a Gesù esclamando “Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nell’alto dei cieli!”. 
A questa festa che metteva in grande agitazione la città, partecipavano come in tutte le manifestazioni di gioia di questo mondo, i tanti fanciulli che correvano avanti al piccolo corteo agitando i rami, rispondendo a quanti domandavano “Chi è costui?”, “Questi è il profeta Gesù da Nazareth di Galilea”.
La maggiore considerazione che si ricava dal testo evangelico, è che Gesù fa il suo ingresso a Gerusalemme.

La liturgia della Domenica delle Palme, si svolge iniziando da un luogo adatto al di fuori della chiesa; i fedeli vi si radunano e il sacerdote leggendo orazioni ed antifone, procede alla benedizione dei rami di ulivo o di palma, che dopo la lettura di un brano evangelico, vengono distribuiti ai fedeli (possono essere già dati in precedenza, prima della benedizione), quindi si dà inizio alla processione fin dentro la chiesa.
Qui giunti continua la celebrazione della Messa, che si distingue per la lunga lettura della Passione di Gesù, tratta dai Vangeli di Marco, Luca, Matteo, secondo il ciclico calendario liturgico; il testo della Passione non è lo stesso che si legge nella celebrazione del Venerdì Santo, che è il testo del Vangelo di s. Giovanni.
Il racconto della Passione viene letto alternativamente da tre lettori rappresentanti: il cronista, i personaggi delle vicenda e Cristo stesso. Esso è articolato in quattro parti: l’arresto di Gesù; il processo giudaico; il processo romano; la condanna, l’esecuzione, morte e sepoltura.
Al termine della Messa, i fedeli portano a casa i rametti di ulivo benedetti, conservati quali simbolo di pace, scambiandone parte con parenti ed amici. Si usa in molte regioni, che il capofamiglia utilizzi un rametto, intinto nell’acqua benedetta durante la veglia pasquale, per benedire la tavola imbandita nel giorno di Pasqua.

                  
                                       VENERDI SANTO




   













Il Venerdì Santo è il venerdì che precede la Pasqua, e in cui i cristiani commemorano la passione e la crocefissione di Gesù Cristo. Questa ricorrenza viene osservata con speciali pratiche e riti dai fedeli di molte confessioni cristiane.

Per la Chiesa Cattolica, il Venerdì Santo è il primo giorno del Triduo Pasquale. Come nel Mercoledì delle Ceneri, i fedeli dai 14 anni di età sono invitati all'astinenza dalla carne (sono ammessi uova e latticini), e quelli dai 18 ai 60 anni al digiuno ecclesiastico, che consiste nel consumare un solo pasto (pranzo o cena) durante la giornata (è ammessa, oltre a questo, una piccola refezione). Il digiuno si compie in segno di penitenza per i peccati che Gesù è venuto a espiare nella Passione, ed assume inoltre il significato mistico di attesa dello Sposo, secondo le parole di Gesù; lo Sposo della Chiesa, cioè Cristo, viene tolto dal mondo a causa del peccato degli uomini, ma i cristiani sono invitati a preparare con il digiuno l'evento gioioso del suo ritorno e della liberazione dalla morte; questo evento si attua non solo nel memoriale della sua resurrezione, la domenica di Pasqua, ma anche nella continua venuta del Signore nel cuore dei fedeli che sono pronti ad accoglierlo e a morire con lui al peccato per risorgere ad una vita nuova, e infine nell'ultima venuta di Gesù nella gloria alla fine dei tempi. Nella sera si svolge la processione con la Madonna Addolorata, e gesù morto, portate a spalla dalle persone.




















                                           

                            L'INCONTRO DI PASQUA  A  SAN CARLO

Dopo 50 anni e passa a San Carlo ritorna dinuovo l'incontro di pasqua che vede San Carlo risvegliarsi in una atmosfera di magia e di grande gioia, durante la quale tutti i cittadini, dai più piccoli, ai più grandi, vivono un momento di indescrivibile emozione, ansia, e felicità, nell'attesa del tradizionale"Incontro" 

La giornata, come tante altre feste religiose, inizia con la solita mattutina "alborata", e in ogni parte del paese si odono spari di mortaretti, accompagnati dal suono delle campane che annunziano il giorno di gioia.



Poco prima delle ore 9:30 appare, portata a spalla da forzuti giovani, la splendida Vara di San Michele, che con la sua luccicante spada sguainata e adornato di bellissimi fiori , fai il giro del paese per annunciare che sta iniziando l'incontro.



 

        







In una traversa si trova già in attesa la Madonna, ancora coperta da un manto nero. Infine, di corsa, arriva davanti a Lei San Michele, che con tre solenni inchini annuncia "lu Risursitu"di Gesù Cristo, mentre uno dei fedeli pronuncia tra l'applauso generale la frase:

"Maria, vostru Figliu abbriviscì"






Nel frattempo la Statua di Gesù Risorto, in tutta la sua bellezza e la sua maestosità è arrivata, e attende la Madre al centro della piazza. Infine, cade il velo nero dell'Addolorata, inizia la grande "maschiata" e la banda inizia a suonare.Tra i fragorosi botti, l'odore acre della polvere da sparo, l'immenso fumo che invade la Piazza, il suono delle campane della Chiesa e gli applausi della gente, misti a qualche lacrima, la statua della Madonna, preceduta e seguita da dai devoti, arriva ai piedi del Figlio..L'aria è invasa da qualcosa di magico, i volti della gente si impietriscono di emozione e gli occhi non hanno altro da guardare, se non le Sacre immagini ed i relativi portatori, che incuranti dell'immane fatica sostenuta, si apprestano a concludere la manifestazione.

Ed ecco il momento più solenne, l'Incontro vero e proprio. Per ben tre volte si vede la Madonna dondolare e inchinarsi fin quasi a baciare i piedi del Figlio, che a sua volta, lascia trasparire una grande sensazione di gioia, con appropriati movimenti ondulatori e sussultori, mentre alle note della banda si uniscono gli scroscianti applausi della gente commossa ed al tempo stesso felice. 

l'Incontro si conclude con una breve processione, che attraversava il paese , dopodiché le tre Vare rientravano nella Chiesa.

















domenica 22 marzo 2009

FESTA DI SAN GIUSEPPE

 


A San Carlo e molto sentita è anche la tradizionale festa di San Giuseppe, in occasione della quale oltre alla preparazione dei tipici "Altari", viene preparato il classico banchetto per i poveri, "denominati Santi", durante il quale si consumano alcuni dei piatti tipici della gastronomia locale. 

Le "tavole" vengono preparate in case private, e offerte a S. Giuseppe per ricevere la sua protezione, per chiedere una particolare grazia, o per adempiere a un voto. Il loro allestimento è lungo e accurato, ed è per questo che ha inizio molti giorni prima del 19 marzo. Per rappresentare il rito viene scelta la stanza più spaziosa della casa,  dove si sistemano le tavole, che vengono coperte con bianche tovaglie. La famiglia devota sceglie, poi, alcune persone, fra parenti ed amici. Questi, dovranno impersonare la  Sacra Famiglia. La "tavola" sarà, quindi, formata dalle tre alle tredici "figure", sempre in numero dispari, per richiamare il numero della Sacra Famiglia e il numero degli apostoli partecipanti all'Ultima Cena. Al centro della stanza verrà collocato un altare con la statua di S. Giuseppe o una sua effigie, e il posto del santo verrà indicato con un bastone fiorito, egli fu scelto per essere lo sposo di Maria. Alla vigilia della festa la "tavola" è pronta e cominciano ad arrivare i visitatori,La mattina del 19 il sacerdote fa visita alle "tavole" e le benedice. Il rituale vero e proprio ha inizio all'ora di pranzo, quando i santi prendono posto a tavola. S. Giuseppe dà un colpo di bastone a terra e dopo aver recitato una preghiera, invita i commensali a mangiare. Le portate vengono servite in ordine dal padrone di casa che le porge al santo, il quale, a sua volta, le passa agli altri invitati.

Si passa, così, da un pasto all'altro, per un totale di tredici sapori, racchiusi nei cibi preparati per l'occasione: grossi pani a forma di tarallo con in mezzo un'arancia, finocchi, cipolle, pesce fritto, pasta col miele e con la mollica, "pittule", cavolfiore fritto, rape lesse, ceci, stoccafisso, "purcidduzzi", vino. La devozione al Santo e l'adempimento del voto può essere effettuato anche attraverso la preparazione di un pane particolare detto, appunto, pane di San Giuseppe.

I devoti, nei giorni che precedono la festività, lo distribuiscono ai fedeli all'uscita dalla chiesa o procedono alla sua consegna passando casa per casa.


 

domenica 1 marzo 2009

Breve Storia del Santo Patrono San Carlo Borromeo




STORIA DEL SANTO PATRONO



San Carlo Borromeo è tra i più grandi Vescovi della storia della Chiesa: grande nella carità, grande nella dottrina, grande nell'apostolato, ma sopratutto grande nella pietà e e nella devozione.

"Le anime si conquistano con le ginocchia" disse il santo. Si conquistano cioè con la preghiera e preghiera umile. San Carlo fu uno dei maggiori conquistatori d'anime di tutti i tempi.

La sua giovinezza

Era nato nel 1538 ad Arona, sulla Rocca dei Borromeo, padroni del Lago Maggiore e delle terre rivierasche. Era il secondo figlio del conte Giberto e quindi, secondo l'uso di quei tempi fu tonsurato a 12 anni. Il giovane prese la cosa sul serio: studente a Pavia dette subito prova delle sue doti intellettuali. Chiamato a Roma, venne creato Cardinale a 22 anni. Gli onori e le prebende piovvero abbondanti sul suo capo, poichè il Papa Pio IV era suo zio. Amante dello studio, fondò un'accademia, secondo l'uso dei tempi, detta delle "Notti Vaticane". Inviato al Concilio di Trento, fu indispensabile la sua opera per attuare le direttive conciliari. Si rivelò un lavoratore formidabile, un vero forzato della carta e della penna.

La svolta nella sua vita

Nel 1562, morto il fratello maggiore, avrebbe potuto chiedere la secolarizzazione, per mettersi al capo della sua famiglia. Restò invece nello stato ecclesiastico, e fu consacrato Vescovo nel 1563, a soli 25 anni. Entrò trionfalmente a Milano, destinata ad essere il campo della sua attività apostolica. La sua arcidiocesi era vasta quanto un regno, stendendosi sulle terre in lombardia, Piemonte, Veneto, Liguria e Svizzera. Il giovane Vescovo la visitò in ogni angolo, preoccupato della formazione del clero e della condizione dei fedeli. Fondò seminari, edificò ospedali ed ospizi. Profusse, inoltre, a piene mani, le ricchezze di famiglia in favore dei poveri. Nello stesso tempo difese i diritti della Chiesa contro i signorotti e i potenti.

Il rigore alla base del suo insegnamento

Riportò l'ordine e la disciplina nei conventi, con un tal rigore da buscarsi un colpo d'archibugio, sparato da un frate indegno, mentre stava pregando nella sua cappella. La palla non lo colpì, nonostante la sua mantella rimase forata all'altezza della spina dorsale. La cosa fu vista come il segno che Dio voleva che si realizzassero alcune opere del santo. Il foro fu la più bella decorazione dell'arcivescovo di Milano.

La peste a Milano

Durante la terribile peste del 1576, quella stessa mantella divenne coperta per i malati, assistiti personalmente dal cardinale Arcivescovo. La sua attività parve prodigiosa, come organizzatore e ispiratore di confraternite religiose, di opere pie, di istituti benefici. Milano, durante il suo episcopato, rifulse su tutte le altre città italiane. Da roma, i Santi della riforma cattolica guardavano ammirati e consolati al Borromeo, modello di tutti i Vescovi. Ma per quanto robusta, la sua fibra era sottoposta a una fatica troppo grave. Bruciato dalla febbre, continuò le sue visite pastorali, senza mangiare, senza dormire, pregando e insegnando. Fino all'ultimo, continuò a seguire personalmente le sue fondazioni, contrassegnate da una sola parola: Humilitas.

La morte

Il 3 novembre del 1584, il titanico Vescovo di Milano crollò sotto il peso della sua insostenibile stanchezza. Aveva 46 anni, e lasciava ai Milanesi il ricordo di una santità seconda soltanto a quella di un altro Vescovo Milanese, Sant'Ambrogio

   

sabato 28 febbraio 2009

Linea Ferroviaria San Carlo


La storia

L’origine di questa ferrovia è comune a molte altre della Sicilia e va ricercata nelle leggi emanate tra il 1902 ed il 1906 che stabilivano la creazione di una rete a scartamento ridotto, costruita a cura dello Stato e gestita dalle Ferrovie dello Stato. L’idea originaria era di costruire una linea circolare, che da Castelvetrano andasse verso San Carlo, Burgio, Sant’Anna e Magazzolo per poi tornare a Castelvetrano via Sciacca e Menfi. Di questa linea non fu realizzato il tratto da Burgio a Magazzolo, accantonato quando fu evidente l’inadeguatezza delle ferrovie a scartamento ridotto. Un altro obiettivo era collegare Castelvetrano con le località servite dalla linea, allora privata, Palermo S. Erasmo - Corleone - San Carlo, che con il medesimo scartamento avrebbe consentito l’interscambio dei carri merci.



Benché nata tra le prime ferrovie a scartamento ridotto delle Ferrovie dello Stato, trascorsero molti anni per il completamento della linea. A causa della previsione nel progetto iniziale di un lungo tratto con esercizio a dentiera, per evitare le eccessive soggezioni all'esercizio derivanti da questa scelta si decise di spostare il tracciato inizialmente previsto. Alla determinazione di rivedere il progetto contribuirono anche la franosità dei terreni da attraversare e la necessità di avvicinarsi a Salaparuta, punto d’innesto della prevista linea per Monreale - Palermo Lolli. Il primo tratto aperto è stato quello tra Castelvetrano e Partanna, inaugurato il 20 giugno 1910 insieme con l’altra linea per Selinunte, poi prolungata fino a Porto Empedocle. L’utilità del servizio ferroviario è dimostrata dalle quattro coppie di treni presenti nel primo orario, che se oggi appaiono poche all’epoca erano il doppio di quelle presenti sulla maggior parte delle linee secondarie. L’esercizio in questa prima fase fu assicurato dalle locotender gruppo 20, poi classificate R 401, costruite in Germania dalla Berliner Maschinenbau AG, meglio conosciuta come Schwartzkopff. Con il loro rodiggio 0-4-0 (D) si rivelarono subito aggressive nei confronti del binario, provocando deragliamenti già nella fase di pre - esercizio prima dell’apertura della linea. Così quando nel 1912 furono disponibili le R 301 vennero sostituite da queste ultime e mandate nella Cirenaica (Libia), appena conquistata. Da allora l’esercizio a vapore fu pertinenza di queste più recenti vaporiere, insieme con le derivate R 302; a partire dal 1950 furono affiancate dalle automotrici RALn 60, che le sostituirono nel servizio passeggeri negli anni sessanta. Da Partanna i treni proseguirono per Santa Ninfa dal 28 marzo 1914, e per Gibellina il 28 febbraio 1917. Dopo l’apertura del tratto Gibellina - Salaparuta Poggioreale, il 20 luglio 1922, fu aperta sul versante opposto la San Carlo - Santa Margherita Belice, il 28 ottobre 1928 e tre anni dopo la linea fu interamente percorribile, con l’inaugurazione della S. Margherita Belice - Salaparuta e l’aggiunta della San Carlo - Burgio. Dopo di allora la più grossa novità fu l’avvento delle automotrici, che negli anni ’50 consentirono un collegamento diretto con Palermo via Corleone, oltre a quello con coincidenza a Santa Ninfa e Salemi, utilizzando il breve tratto di raccordo. La diffusione dell’auto privata e del trasporto merci su gomma provocò in quegli anni il crollo del traffico sulle linee ferroviarie secondarie, e così il 31 gennaio 1959 l’ultimo treno circolò sulla parte di linea tra Burgio, San Carlo e Salaparuta. Invece sulla restante tratta fino a Castelvetrano, grazie alla rapidità delle automotrici ed alla presenza di popolosi paesi, il servizio poté continuare. La catastrofe sismica del 15 gennaio 1968 provocò purtroppo danni irreparabili anche alla linea e da quella tragica mattina il servizio ebbe definitivamente termine. Passando da Gibellina tuttavia si nota la contrapposizione tra il paese, sbriciolatosi durante l’evento sismico ed il vicino viadotto ferroviario, apparentemente integro. Ogni speranza di ricostruzione della linea si perse quattro anni dopo, quando la linea fu eliminata dall’elenco ufficiale delle ferrovie dello stato.





Il tracciato

All’uscita della stazione di Castelvetrano si fiancheggiava il deposito locomotive, ricco all’epoca di vaporiere a scartamento ordinario e ridotto, per immettersi subito dopo in una ferace campagna verso la valle del Modione. Una volta varcato il fiume ed iniziata la risalita il paesaggio si fa più aspro, assumendo le caratteristiche tipiche dell’interno della Sicilia, con monotone colline spesso brulle. La zona era comunque abbastanza popolata, anche se più che case sparse vi erano grossi borghi. Al primo di questi, Partanna, la ferrovia si avvicinava notevolmente, mentre le stazioni di alcuni dei paesi successivi (come Santa Ninfa o Santa Margherita) erano assai distanti dai centri abitati. Dopo Partanna il panorama si fa più aspro, tra coltivazioni a vigneto ed ulivi, anch’esse poi sconvolte dalla violenza del terremoto. Dopo la stazione di Cusumano, oggi scomparsa in quanto attorno a quel luogo sorge la nuova Salaparuta, si valicava il Belice in mezzo ad una campagna deserta e nei pressi di Santa Margherita le colline si addolciscono. Subito dopo Sambuca una brevissima galleria sottopassava la strada nazionale ed il caratteristico ponte canale dell’antichissimo acquedotto. Girato uno sperone, si percorrevano profonde vallate, in un paesaggio molto suggestivo con notevoli pendenze fino al capolinea di San Carlo.





Mezzi di trazione

Locomotive a vapore: R 401, R 301, R 302

Automotrici diesel: RALn 60.





caratteristiche della linea

Lunghezzakm. 73,36 da Castelvetrano a San Carlo

Pendenze massime: 30 ‰ in alcuni tratti

Velocità massimada 25 a 30 km orari (per i treni a vapore)e a 50 km orari (per le RALn 60)






venerdì 27 febbraio 2009

L'antica Scirtea e il Castello di Acristia


Storia e leggenda.

Guardando a nord-est da San Carlo, villaggio situato allo estremo limite fra la provincia di Palermo e quella di Agrigento, si vede una montagna aspra e selvaggia, denominata Acristia o Cristia, la cui altura, quasi irrangiugibile, mostra alcune torri, residui di antiche fortificazioni.
Quivi era ubicata l'antica Scirtea, città Sicana, contemporanea delle consorelle Triocala, Schera, Hyppana, Entella ed Iato.
La posizione del monte Acristia, difesa da naturali dirupi a picco e dal fiume Sosio, orientò i primi abitanti della Sicilia a costruire le loro case sopra questa altura, sicuro asilo irraggiungibile dall'assalto dei nemici.
La leggenda popolare ci dice che gli abitanti di Scirtea furono di alta statura (qualche scheletro gigante fu rinvenuto nelle tombe) ; inoltre si dice che essi furono valorosi nel combattere e si opposero energicamente alle invasioni nemiche (greci, romani e cartaginesi).
Le prime notizie storiche ci furono tramandate dal grande storico siciliano Diodoro Siculo a proposito della seconda Guerra Servile (104-99 a.C.).
Durante quel periodo gli schiavi, ribellandosi contro Roma, comandati da Atenione e Trifone, si trasferirono a Scirtea e da questa località, con l'aiuto degli abitanti di quella città, scesero ad attaccare l'esercito Romano, comandato dal pretore L.Licinio Lucullo, nei pressi di San Carlo, ma sconfitti dovettero riparare a Triocala, altra città Sicana, situata nelle vicinanze dell'attuale Caltabellotta.
I Romani, com'era loro abitudine, distrussero la città e le mura di Scirtea per evitare il risorgere di nuovi focolai di ribellione.
Per nove secoli non si parlò più di questa città, fino a quando nell'anno 828 i Saraceni, guidati dall' Emiro Asad Ibn Al Furàt partendo da Bivona e seguendo il corso del fiume Sosio, arrivarono a Scirtea, conquistando la località e fortificandola con cinta di mura e torri di avvistamento. 
La leggenda popolare ci ha tramandato che i Saraceni avessero costruito, dentro le visceri del monte, una strada a forma di chiocciola che portava alla vallata sottostante in corrispondenza del Sosio e attraverso un'apertura segreta gli abitanti e la cavalleria potevano uscire dal monte.
Quando vennero i Normanni a cacciare i Saraceni dall'isola.
La citta di Scirtea fu presa a tradimento attraverso l'entrata segreta e ancora una volta fu quasi distrutta.
I Normanni nella suddivisione feudale assegnarono Scirtea ai baroni e fu la sua fine.

Da quel momento la località si chiamo Acristia o Cristia. 
Nel 1320 essa fu posseduta da Francesco Ventimiglia e nel 1408 dagli eredi di Nicola Peralta, Conte di Chiusa, Giuliana e Bivona.




























Nel secolo XV  la città Sicana cessò di essere un borgo e da quell'epoca divenne per sempre feudo dei vari baroni sopra ricordati.
Dell'antica città Sicana oggi sono rimasti pochi reperti archeologici: residui di mura, le torri di avvistamento, alcuni utensili silici lavorati e vasi di terra cotta, rinvenuti ai piedi del monte.



















Storia del Paese di San Carlo



San Carlo, frazione di Chiusa Sclafani, è una borgata, situata nella vallata del fiume Sosio, fra i monti Cristia e quelle di Caltabellotta, ed è distante da Chiusa Sclafani km.12.
San Carlo, detto in Siciliano San Carru, villaggio costruito verso il 1620, apparteneva alla Comarca di Corleone e alla Diocesi di Girgenti ed è situata a destra del fiume Isburo (oggi Sosio).
Ai tempi dello storico Rocco Pirri contava di 28 case e 108 abitanti.
Fondatore di San Carlo fu un certo Ido Lercari, mercante genovese, che venne in Sicilia alla fine del secolo XVI e fu nominato conte. Sposò Girolama Platamone, dalla quale ebbe una unica figlia Ippolita, che andò a nozze con il Principe di Castroserrato, chiamato Lancillotto Castello.
Da Ippolita nacque Gregorio, il cui figlio Lancillotto Ferdinando succedette all'avolo. Poichè questi mori prima dei genitori, il padre rimasto vedovo sposò Margherita Colonna è morì vecchio.
A lui successe Giovanna Lancia, figliola di Giuseppe Lancia Duca di Camastra. Da questa e da Ignazio Lancia nacque Giuseppe, signore di San Carlo nel 1700 e Principe di Trabia. A lui successe il Conte Antonio Grigano, ultimo signore di San Carlo.
Una delle famiglie più illustri di San Carlo è stata infine la famiglia Maniscalco, rappresentata da Giuseppe Maniscalco, che ebbe tre figli Carlo, Giuseppe e Salvatore. Da Carlo nacque Giuseppe Maniscalco, medico.

Fra la fine dell' Ottocento e il principio del 1900 visse a San Carlo il parroco Chirafisi Carlo, illustre Latinista e Grecista, che insegnò a molte generazioni di uomini, oggi illustri professionisti.
Nel 1789  San Carlo contava una popolazione di 190 abitanti, nel 1831 di 281, poi diminuita a 191 nel 1852. 


Nel 1700 aveva già una Chiesa parrocchiale ed una confraternita.














Nel 1901 San Carlo divenne un importante centro ferroviario, Costruita la Ferrovia San Carlo-Corleone nel 1901 e poi quella Burgio-Salaparuta nel 1928, passante per San Carlo, la borgata divenne molto animata per i numerosi ferrovieri e commercianti, che vi si fermavano.

































Però tale progresso era contrastata dalla malaria, malattia infettiva diffusa dalla Zanzara Anofele, che viveva bene nelle acque stagnanti del fiume sosio.
L'istituzione della Stazione Antimalaria a San Carlo, diretta dal Dott. Maniscalco Giuseppe, riusci a dominare la malaria prima con la bonifica umana mediante il chinino e l'Atebrin, e poi con l'introduzione del D.D.T che sterminò le zanzare.
Dopo la repressione della malaria la popolazione di San Carlo incominciò a migliorare e a progredire.
L'agricoltura è l' occupazione principale di questa borgata e si distingue nella cultura di agrumeti pregiati (arance, manderini e limoni) e di ottimi pescheti.





























Purtroppo l'abolizione della ferrovia nel 1948 e l'emigrazione in alta Italia e all'estero (Germania e Svizzera) hanno determinato una notevole diminuzione della popolazione, riducendola in massima parte in vecchi, donne e pochi bambini.
Attualmente il borgo ha buone case di abitazione, una spaziosa piazza e larghe vie, di notte ben illuminate e un bell edificio scolastico.































Ogni anno sia il 4 Novembre che nella meta di agosto si celebra la festa di San Carlo, patrono della borgata, con messe, processioni, con il suono della banda musicale, fuochi pirotecnici e con cantanti e larga affluenza delle popolazioni dei paesi vicini.


















































Concludendo la popolazione di SAN CARLO è laboriosa e moralmente sana.